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MATT
MANENT
intervista
esclusiva |
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“Cittadino
d'Europa”
E’
uscito da poco “Palestra di vita”, esordio sulla lunga distanza di
Matt Manent, MC della provincia brianzola a nord di Milano. Matt conduce
da anni il popolare programma radiofonico “Street Beat”, collabora
con qualche sito ed ha anche scritto su di un periodico nazionale di
settore.
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A
quanto pare una testata online gli ha recentemente chiesto soldi per
poterlo intervistare (andiamo bene!!?!)…indipendentemente da questo ci
interessava parlare con un artista che è riuscito a sfornare un ottimo
lavoro autoproducendosi completamente. Non è cosa da poco
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Sul
retro della confezione del tuo disco, di fianco al simbolo del
copyright, c’è scritto “Mattia Colombo”…significa che ti sei
completamente autoprodotto? Sei tu stesso la tua casa discografica?
Matt
Manent:
Alla fine sì. La Siae impone di scrivere proprietà e copyright e mi
sono “levato d’impiccio” in questo modo. Ci sarebbe il marchio
Brainstorm a cui sto lavorando con alcune persone ma diciamo che è una
cosa ancora in forma embrionale; per ora c’è solo qualche amico che
mi fa un po’ di ufficio stampa.
Immagino
non sia stato semplice…
M.M.:
E’ stata una “mazzata”…sia come costi che come organizzazione.
Io sono abbastanza organizzato come persona ma tirare le fila di un
intero disco non è stato affatto facile. Ho provato a proporre il disco
a diverse etichette ma alla fine ho preferito autoprodurlo ed è stato
meglio così. Anche essere già inserito nell’ambiente hip hop si è
dimostrata un’arma a doppio taglio: conosci un sacco di gente ed hai
dei buoni contatti ma va sempre a finire che rimani incastrato in
micro-logiche clientelari del tipo “io spingo te quindi tu mi spingi
in radio, mi aiuti con qualche articolo ecc…”; purtroppo in un
ambiente piccolo e provinciale come quello dell’hip hop in Italia è
molto difficile divincolarsi da questa logica dell’aiutino reciproco.
Anche per questi motivi cerco sempre di presentarmi come artista
tralasciando il discorso della radio, dei giornali o di internet.
Beh,
però le conoscenze nell’ambiente ti hanno permesso di lavorare ad
esempio con degli ottimi beatmaker.
M.M.:
Certo, ma infatti il discorso delle “mani in pasta” era riferito
soprattutto agli aspetti produttivi e promozionali. Dal punto di vista
artistico la cosa è molto diversa: diciamo che le conoscenze accumulate
in anni di jam e serate sono state fondamentali e mi hanno permesso di
lavorare con persone che stimo molto. Per quanto riguarda le
collaborazioni presenti sul disco non potrei davvero essere piĂą
contento: per me era anche un po’ un banco di prova perché l’unico
che mi conosceva già artisticamente era DB. C’è molta gente che
martella continuamente i produttori chiedendo loro dei beat e poi ci
mette mesi o anni a far uscire qualcosa: questo fa in modo che i
produttori sviluppino una certa diffidenza o comunque il timore di
perdere solo tempo con gente inconcludente. Per questo motivo ringrazio
chi ha accettato di lavorare con me “al buio”: penso che perlomeno
non si siano pentiti visto che il disco è stato realizzato in tempi
umani. Ora resta tutto il lavoro di promozione e vedremo un po’ come
riuscirò a giocare le mie carte nei prossimi mesi: nel frattempo,
comunque, è già saltato fuori uno showcase in Germania, quindi sono
moderatamente ottimista.
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Tu
sei abbastanza giovane: come ti sei avvicinato all’hip hop? Cosa ti ha
colpito inizialmente?
M.M.:
Mah,
io sono dell’84 e direi che mi ha catturato soprattutto la sfera
musicale dell’hip hop, l’aspetto ritmico. Se devo pensare alle prime
cose italiane che mi hanno lasciato un certo segno mi vengono in mente
gli Articolo 31 degli inizi con “Strade di città ” e “Messa di
vespiri”: credo che abbiano avuto un ruolo importante ed infatti li
difendo sempre a spada tratta nei vari dibattiti. Tra l’altro, secondo
me, J.Ax ha scritto delle ottime cose: ad esempio, c’è un pezzo su
“Tutti per uno” di DJ Enzo, intitolato “Quelli come me”, che
ritengo sia la cosa migliore che J.Ax abbia mai scritto e che è
liricamente una spanna sopra le altre collaborazioni di quel disco. Per
quanto riguarda l’America invece per primo mi ha colpito molto B.I.G.
poi, quando ho cominciato a conoscere bene l’inglese, mi sono
appassionato anche a 2Pac. Ritornando all’Italia non posso non citare
anche i Lyricalz e soprattutto Fede, a mio parere il miglior MC italiano
di sempre: mi ricordo che quando ho preso “Brava gente (Storie di fine
secolo)”, il disco con cui li ho conosciuti più a fondo, i testi di
Fede sono stati molto importanti per me; io sono figlio unico ed è
stato come trovare un fratello maggiore che mi parlasse delle sue
esperienze prima che potessi farle anch’io. “Estremi mai banali,
superficiali se è tempo di fasti, altrimenti spessi come dei manuali”
è stato il mio motto, qualcosa in cui mi sono sempre riconosciuto.
Come
ti inserisci nel discorso sui vari generi rap che si stanno definendo in
Italia e soprattutto cosa ne pensi?
M.M.:
Innanzitutto mi sembra che siano generi un po’ stereotipati: o solo
street, o solo conscious, o solo club, o solo splatter…io mi ritengo
una persona a 360 gradi e voglio che il mio rap rappresenti tutti gli
aspetti del mio essere individuale. Mi sembra che autoghettizzarsi
rinchiudendosi in una nicchia sia solo un modo per limitare la propria
creativitĂ ma che soprattutto impedisca agli MC di essere loro stessi e
quindi credibili. Per fare un esempio a me piace molto Ape: ascoltando
un suo disco senti un po’ di tutto. Sia in Italia che in Europa,
invece, si sentono sempre piĂą dischi che suonano davvero troppo
uniformi: o tutti mielosi oppure solo mazzate nei denti…sono dischi
che fatichi davvero ad ascoltare dall’inizio alla fine soprattutto
quando, come spesso accade per i dischi monocorde, sono anche
lunghissimi. Tornando a me, ripeto, voglio che un mio disco mi
rappresenti “a tutto tondo”, che insomma mi assomigli il più
possibile. Non escludo di sperimentare in futuro sonoritĂ che adesso
sono lontane dalla mia estetica ma se accadrĂ sarĂ soprattutto a
livello musicale: non credo che come testi adotterò questo o quel
filone; cercherò sempre e comunque di presentarmi per quello che sono.
Quali
dischi recentemente ti hanno colpito di più in Italia e all’estero?
M.M.:
Ne ascolto talmente tanti che mi è un po’ difficile fare il punto
della situazione. Allora, mi è piaciuto molto “Unlimited Struggle”
di Shocca e Frank; poi ho apprezzato parecchio il disco di Ghemon; mi
piace anche Amir che trovo abbia avuto un’ottima evoluzione; mi era
piaciuto molto “Il suono per resistere” di Zampa e Jack. Devo dire
che molta della gente che mi piace è finita anche a collaborare sul mio
disco come è successo con i Duplici o con Alessio Beltrami. Per quanto
riguarda l’Europa invece uno dei dischi che ho apprezzato di più è
stato “Poetiquement Correct” di Dany Dan, un disco vario e completo
che va in controtendenza rispetto a tutta la marea di prodotti in stile
G-Unit che sta intasando il mercato francese. C’è poi un gruppo, gli
Hocus Pocus, una specie di Roots francesi, che ho visto live all’Hip
Hop Kemp e che mi ha impressionato moltissimo: probabilmente il miglior
live che io abbia mai visto. In Germania invece, per quello che ho
sentito, non c’è stata un’annata granché interessante: mi erano
piaciute maggiormente cose uscite negli anni passati. Mi piace molto
“scavare” nell’hip
hop europeo per scoprire prodotti interessanti di cui magari si sa poco.
L’America ci influenza fin troppo per ovvie ragioni e non la seguo
eccessivamente ma devo dire che adesso mi sto “gasando” per
Termanology ed altri nuovi MC che stanno venendo fuori. Ci sono cose
interessanti anche in Inghilterra anche se gran parte di quello che
arriva da lì è inevitabilmente molto influenzato dal grime e dalla
scena garage: Sway, ad esempio, è un artista molto interessante.
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Abbiamo
visto prima cosa ti ha fatto avvicinare alla musica hip hop. Cosa invece
ti tiene legato ancora adesso al rap, soprattutto in Italia dove viene
abbastanza snobbato dalla cultura ufficiale e bollato come musica
ignorante o per ragazzini?
M.M.:
Sicuramente
i contenuti che il rap può veicolare: secondo me, a livello
comunicativo, è un mezzo straordinario ed ancora ampissimamente
sottovalutato, soprattutto in Italia.Â
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E’
un aspetto che mi ha sempre affascinato e sicuramente è quello che mi
tiene legato a questa forma di espressione: l’infinita e straordinaria
potenzialità comunicativa che può avere un testo rap. Vedo il rap un
po’ come la poesia del nuovo millennio. In Italia stenta probabilmente
perché non incontra il gusto della massa che consuma musica soprattutto
in modo casuale alla radio o nei locali: manca un po’ la cultura di
ascoltare la musica con la testa e non solo con le orecchie. Non
parliamo poi dei luoghi comuni che permangono sul rap: ancora adesso se
invito vecchi compagni di scuola ad una serata mi mandano messaggi tipo
“Yo man!” o cose così, manco fossimo ancora ai tempi del primo
Jovanotti.
Come
vedi la situazione della musica hip hop in Italia dopo la “sbornia”
del 2006-07?
M.M.:
La vedo buona su MySpace perché la gente gira lì. Se penso però a
quanto è diventato difficile organizzare serate e, soprattutto,
convincere la gente ad andarci la vedo proprio male. I gestori dei
locali, ovviamente, non hanno interesse a spingere l’hip hop perché a
loro interessa solo che ci sia piĂą gente possibile, non importa che
ballino “Il ballo del quà quà ” o altro. Il pubblico hip hop poi si
fa le menate anche se deve tirare fuori 5 euro per andare ad una serata,
figurati comprare un disco quando può masterizzarlo o addirittura
scaricarlo gratis! La cosa che mi fa incazzare di più è che questa
gente ha sempre il cellulare piĂą figo appena uscito e quasi sempre il
deca di fumo in tasca, ma se deve tirare fuori 10 euro per la musica che
dice di amare allora cominciano i problemi: “no, cioè zio, 10 euro
non esiste!”.
Se
devo essere sincero, sempre piĂą spesso mi vien voglia di cambiare
paese…
Matt è un ragazzo
tranquillo, serio, che ama la musica che fa e che ci mette davvero
l’anima. Sentirlo dire che vorrebbe emigrare mette tristezza perché
vuol dire che in Italia le cose si muovono davvero poco e chi investe
nell’hip hop rischia sempre e comunque di andare incontro a delusioni
e frustrazione. Ci manca solo che oltre alla fuga dei cervelli della
ricerca scientifica cominciasse anche quella dei musicisti! Vogliamo
sperare di no, ma non vorremmo neanche passare la vita a sperare.
Michele
Cavagna
mikelekavagna@yahoo.it
www.myspace.com/mikelekavagna |

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