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11/09/2010 - Notte Bianca

11/09/2010 - Notte Bianca
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HIPHOP ZONE - INTERVISTE
Soundvillage Music - HIPHOP ZONE - INTERVISTE: MATT MANENT : Cittadino d'Europa

MATT MANENT : Cittadino d'Europa

MATT MANENT

intervista esclusiva

“Cittadino d'Europa”

E’ uscito da poco “Palestra di vita”, esordio sulla lunga distanza di Matt Manent, MC della provincia brianzola a nord di Milano. Matt conduce da anni il popolare programma radiofonico “Street Beat”, collabora con qualche sito ed ha anche scritto su di un periodico nazionale di settore.

A quanto pare una testata online gli ha recentemente chiesto soldi per poterlo intervistare (andiamo bene!!?!)…indipendentemente da questo ci interessava parlare con un artista che è riuscito a sfornare un ottimo lavoro autoproducendosi completamente. Non è cosa da poco

 

Sul retro della confezione del tuo disco, di fianco al simbolo del copyright, c’è scritto “Mattia Colombo”…significa che ti sei completamente autoprodotto? Sei tu stesso la tua casa discografica?

Matt Manent: Alla fine sì. La Siae impone di scrivere proprietà e copyright e mi sono “levato d’impiccio” in questo modo. Ci sarebbe il marchio Brainstorm a cui sto lavorando con alcune persone ma diciamo che è una cosa ancora in forma embrionale; per ora c’è solo qualche amico che mi fa un po’ di ufficio stampa.

Immagino non sia stato semplice…

M.M.: E’ stata una “mazzata”…sia come costi che come organizzazione. Io sono abbastanza organizzato come persona ma tirare le fila di un intero disco non è stato affatto facile. Ho provato a proporre il disco a diverse etichette ma alla fine ho preferito autoprodurlo ed è stato meglio così. Anche essere già inserito nell’ambiente hip hop si è dimostrata un’arma a doppio taglio: conosci un sacco di gente ed hai dei buoni contatti ma va sempre a finire che rimani incastrato in micro-logiche clientelari del tipo “io spingo te quindi tu mi spingi in radio, mi aiuti con qualche articolo ecc…”; purtroppo in un ambiente piccolo e provinciale come quello dell’hip hop in Italia è molto difficile divincolarsi da questa logica dell’aiutino reciproco. Anche per questi motivi cerco sempre di presentarmi come artista tralasciando il discorso della radio, dei giornali o di internet.

Beh, però le conoscenze nell’ambiente ti hanno permesso di lavorare ad esempio con degli ottimi beatmaker.

M.M.: Certo, ma infatti il discorso delle “mani in pasta” era riferito soprattutto agli aspetti produttivi e promozionali. Dal punto di vista artistico la cosa è molto diversa: diciamo che le conoscenze accumulate in anni di jam e serate sono state fondamentali e mi hanno permesso di lavorare con persone che stimo molto. Per quanto riguarda le collaborazioni presenti sul disco non potrei davvero essere più contento: per me era anche un po’ un banco di prova perché l’unico che mi conosceva già artisticamente era DB. C’è molta gente che martella continuamente i produttori chiedendo loro dei beat e poi ci mette mesi o anni a far uscire qualcosa: questo fa in modo che i produttori sviluppino una certa diffidenza o comunque il timore di perdere solo tempo con gente inconcludente. Per questo motivo ringrazio chi ha accettato di lavorare con me “al buio”: penso che perlomeno non si siano pentiti visto che il disco è stato realizzato in tempi umani. Ora resta tutto il lavoro di promozione e vedremo un po’ come riuscirò a giocare le mie carte nei prossimi mesi: nel frattempo, comunque, è già saltato fuori uno showcase in Germania, quindi sono moderatamente ottimista.

Tu sei abbastanza giovane: come ti sei avvicinato all’hip hop? Cosa ti ha colpito inizialmente?

M.M.: Mah, io sono dell’84 e direi che mi ha catturato soprattutto la sfera musicale dell’hip hop, l’aspetto ritmico. Se devo pensare alle prime cose italiane che mi hanno lasciato un certo segno mi vengono in mente gli Articolo 31 degli inizi con “Strade di città” e “Messa di vespiri”: credo che abbiano avuto un ruolo importante ed infatti li difendo sempre a spada tratta nei vari dibattiti. Tra l’altro, secondo me, J.Ax ha scritto delle ottime cose: ad esempio, c’è un pezzo su “Tutti per uno” di DJ Enzo, intitolato “Quelli come me”, che ritengo sia la cosa migliore che J.Ax abbia mai scritto e che è liricamente una spanna sopra le altre collaborazioni di quel disco. Per quanto riguarda l’America invece per primo mi ha colpito molto B.I.G. poi, quando ho cominciato a conoscere bene l’inglese, mi sono appassionato anche a 2Pac. Ritornando all’Italia non posso non citare anche i Lyricalz e soprattutto Fede, a mio parere il miglior MC italiano di sempre: mi ricordo che quando ho preso “Brava gente (Storie di fine secolo)”, il disco con cui li ho conosciuti più a fondo, i testi di Fede sono stati molto importanti per me; io sono figlio unico ed è stato come trovare un fratello maggiore che mi parlasse delle sue esperienze prima che potessi farle anch’io. “Estremi mai banali, superficiali se è tempo di fasti, altrimenti spessi come dei manuali” è stato il mio motto, qualcosa in cui mi sono sempre riconosciuto.

Come ti inserisci nel discorso sui vari generi rap che si stanno definendo in Italia e soprattutto cosa ne pensi?

M.M.: Innanzitutto mi sembra che siano generi un po’ stereotipati: o solo street, o solo conscious, o solo club, o solo splatter…io mi ritengo una persona a 360 gradi e voglio che il mio rap rappresenti tutti gli aspetti del mio essere individuale. Mi sembra che autoghettizzarsi rinchiudendosi in una nicchia sia solo un modo per limitare la propria creatività ma che soprattutto impedisca agli MC di essere loro stessi e quindi credibili. Per fare un esempio a me piace molto Ape: ascoltando un suo disco senti un po’ di tutto. Sia in Italia che in Europa, invece, si sentono sempre più dischi che suonano davvero troppo uniformi: o tutti mielosi oppure solo mazzate nei denti…sono dischi che fatichi davvero ad ascoltare dall’inizio alla fine soprattutto quando, come spesso accade per i dischi monocorde, sono anche lunghissimi. Tornando a me, ripeto, voglio che un mio disco mi rappresenti “a tutto tondo”, che insomma mi assomigli il più possibile. Non escludo di sperimentare in futuro sonorità che adesso sono lontane dalla mia estetica ma se accadrà sarà soprattutto a livello musicale: non credo che come testi adotterò questo o quel filone; cercherò sempre e comunque di presentarmi per quello che sono.

Quali dischi recentemente ti hanno colpito di più in Italia e all’estero?

M.M.: Ne ascolto talmente tanti che mi è un po’ difficile fare il punto della situazione. Allora, mi è piaciuto molto “Unlimited Struggle” di Shocca e Frank; poi ho apprezzato parecchio il disco di Ghemon; mi piace anche Amir che trovo abbia avuto un’ottima evoluzione; mi era piaciuto molto “Il suono per resistere” di Zampa e Jack. Devo dire che molta della gente che mi piace è finita anche a collaborare sul mio disco come è successo con i Duplici o con Alessio Beltrami. Per quanto riguarda l’Europa invece uno dei dischi che ho apprezzato di più è stato “Poetiquement Correct” di Dany Dan, un disco vario e completo che va in controtendenza rispetto a tutta la marea di prodotti in stile G-Unit che sta intasando il mercato francese. C’è poi un gruppo, gli Hocus Pocus, una specie di Roots francesi, che ho visto live all’Hip Hop Kemp e che mi ha impressionato moltissimo: probabilmente il miglior live che io abbia mai visto. In Germania invece, per quello che ho sentito, non c’è stata un’annata granché interessante: mi erano piaciute maggiormente cose uscite negli anni passati. Mi piace molto “scavare”  nell’hip hop europeo per scoprire prodotti interessanti di cui magari si sa poco. L’America ci influenza fin troppo per ovvie ragioni e non la seguo eccessivamente ma devo dire che adesso mi sto “gasando” per Termanology ed altri nuovi MC che stanno venendo fuori. Ci sono cose interessanti anche in Inghilterra anche se gran parte di quello che arriva da lì è inevitabilmente molto influenzato dal grime e dalla scena garage: Sway, ad esempio, è un artista molto interessante.

Abbiamo visto prima cosa ti ha fatto avvicinare alla musica hip hop. Cosa invece ti tiene legato ancora adesso al rap, soprattutto in Italia dove viene abbastanza snobbato dalla cultura ufficiale e bollato come musica ignorante o per ragazzini?

M.M.: Sicuramente i contenuti che il rap può veicolare: secondo me, a livello comunicativo, è un mezzo straordinario ed ancora ampissimamente sottovalutato, soprattutto in Italia. 

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E’ un aspetto che mi ha sempre affascinato e sicuramente è quello che mi tiene legato a questa forma di espressione: l’infinita e straordinaria potenzialità comunicativa che può avere un testo rap. Vedo il rap un po’ come la poesia del nuovo millennio. In Italia stenta probabilmente perché non incontra il gusto della massa che consuma musica soprattutto in modo casuale alla radio o nei locali: manca un po’ la cultura di ascoltare la musica con la testa e non solo con le orecchie. Non parliamo poi dei luoghi comuni che permangono sul rap: ancora adesso se invito vecchi compagni di scuola ad una serata mi mandano messaggi tipo “Yo man!” o cose così, manco fossimo ancora ai tempi del primo Jovanotti.

Come vedi la situazione della musica hip hop in Italia dopo la “sbornia” del 2006-07?

M.M.: La vedo buona su MySpace perché la gente gira lì. Se penso però a quanto è diventato difficile organizzare serate e, soprattutto, convincere la gente ad andarci la vedo proprio male. I gestori dei locali, ovviamente, non hanno interesse a spingere l’hip hop perché a loro interessa solo che ci sia più gente possibile, non importa che ballino “Il ballo del quà quà” o altro. Il pubblico hip hop poi si fa le menate anche se deve tirare fuori 5 euro per andare ad una serata, figurati comprare un disco quando può masterizzarlo o addirittura scaricarlo gratis! La cosa che mi fa incazzare di più è che questa gente ha sempre il cellulare più figo appena uscito e quasi sempre il deca di fumo in tasca, ma se deve tirare fuori 10 euro per la musica che dice di amare allora cominciano i problemi: “no, cioè zio, 10 euro non esiste!”.

Se devo essere sincero, sempre più spesso mi vien voglia di cambiare paese…

Matt è un ragazzo tranquillo, serio, che ama la musica che fa e che ci mette davvero l’anima. Sentirlo dire che vorrebbe emigrare mette tristezza perché vuol dire che in Italia le cose si muovono davvero poco e chi investe nell’hip hop rischia sempre e comunque di andare incontro a delusioni e frustrazione. Ci manca solo che oltre alla fuga dei cervelli della ricerca scientifica cominciasse anche quella dei musicisti! Vogliamo sperare di no, ma non vorremmo neanche passare la vita a sperare.

Michele Cavagna

mikelekavagna@yahoo.it

www.myspace.com/mikelekavagna


 
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